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Quale futuro per le piccole imprese italiane?

Le PMI e ancora di più le piccole e micro imprese italiane sono, lo si ripete spesso, il vero cuore della nostra economia e della nostra ricchezza, c’è però anche da dire che sono spesso realtà lasciate sostanzialmente da sole. La politica guarda più agli interessi di aziende medie e grandi e fatica in genere a fare quelli di realtà spesso così piccole da risultare sostanzialmente invisibili, almeno a chi siede nei palazzi del potere.

Si assiste, purtroppo, non da pochi anni, ad un crescente scostamento tra interessi della politica ed economia reale, tra percezione di cosa dovrebbe essere il mondo del lavoro e quello che poi effettivamente, nella realtà, è per la gran parte di imprenditori e lavoratori.

C’è bisogno di cambiamento, che non significa solo, come spesso si dice, di investimenti in innovazione, che vanno benissimo, ma rischiano di essere culturalmente limitati e limitanti. Quello che serve, non è solo dotarsi di nuovi ed evoluti strumenti, ma un cambio di visione e percezione. Bisogna puntare lo sguardo su chi lavora, su chi produce, su chi innova, a suo modo dal basso.

Le piccole e piccolissime aziende italiane rappresentano la grande ricchezza del Made in Italy, ma sono anche una realtà fortemente in crisi e la loro voce non sempre arriva o quantomeno non viene adeguatamente ascoltata dalla politica. «La politica del Ministro Urso – afferma Marco Travaglini, fondatore di Consulente Pazienteappoggiata dal Governo e sicuramente dal Ministro Giorgetti, sembrerebbe quella di finanziare un’innovazione molto alta” che riguarda soprattutto prodotti tecnologici e della green economy di medie e grandi imprese».

Ma cosa resta per le PMI? Troppo poco secondo chi ha visionato le bozze del piano di Transizione 5.0.

Nel settore c’è non poca preoccupazione, la precarietà del lavoro e le disuguaglianze portano a cascata ad altri problemi, sempre più gravi per l’Italia, come ad esempio la bassa natalità. Chi ha un lavoro precario o mal pagato, fatica a progettare di avere una famiglia, spesso guarda all’espatrio come ad un’opzione e questo potrà portare nel tempo ad un Paese sempre più povero, non solo economicamente, ma socialmente e culturalmente.

 

Come cambiare le cose (o almeno provarci)

Da questa visione rispetto alle misure contenute nella Legge di Bilancio 2024, di prossima approvazione, è nata l’esigenza di scrivere una lettera aperta al Ministro, che è possibile consultare a questo link. La lettera auspica che la manovra possa concretamente apportare un cambiamento radicale ed evolutivo del sistema economico italiano, ma solleva anche non pochi dubbi e timori a riguardo. Le piccole imprese sempre più spesso in Italia non trovando modo di generare un alto valore aggiunto, continuano quindi a restare sempre ai margini, pur rappresentandone la vera ossatura del nostro mondo del lavoro. Il rischio è che diventino una sorta di “zavorra” del Paese e dell’intero sistema del Made in Italy, così come immaginato dalla politica. Il sistema assistenzialistico dei finanziamenti a pioggia, spesso privi di criterio, non è la soluzione, servono strumenti, contenuti e strategie, possibilmente a lungo termine.

Il suggerimento che viene dalla lettera al Ministro è di coinvolgere il terziario avanzato, come leva capillare e metodologico-strumentale per democratizzare servizi a valore aggiunto, come consulenze mirate, che aiutino le aziende piccole e piccolissime a rinnovarsi e prepararsi a nuove sfide.